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Paulo Dybala e la Verticalità

In piena Coppa America, partecipazione in cui il Tata Martino ha scelto di rinunciare a Paulo Dybala, e con le Olimpiadi alle porte, alle quali la Joya dovrà rinunciare per via del veto posto da Andrea Agnelli, il nome dell’argentino di Laguna Larga rischia di restare in disuso per qualche settimana; complice anche la sua incedibilità in tempi di calciomercato. Ma Dybala è sempre attuale. E tale resterà fino al giorno in cui appenderà gli scarpini al chiodo, e forse oltre. Perché possiede la Verticalità.

IL CONCETTO DI VERTICALITÀ – Gli studiosi della materia perdoneranno le semplificazioni. Il concetto di Verticalità è centrale nel Buddhismo, nell’Induismo, nel Taoismo, ma non solo. Lo si può ritrovare in ogni approccio filosofico, o mistico, che contempli interazioni con il divino e la natura. La Verticalità è una condizione di armonia con ciò che ci circonda, ed insieme, consapevolezza e posizione di totale apertura e ricettività al divino. E’ una dote rara. Estremamente. Può essere innata oppure frutto del lavoro di una vita. Ma quando la si raggiunge, le azioni che si compiono ci risultano guidate saldamente da una mano superiore.

Anche eminenti italiani hanno approcciato la materia. La famigerata canzone di Franco Battiato, “Centro di gravità permanente”, è esattamente un riferimento a questo: il Taoista Battiato auspica di trovare finalmente la propria Verticalità. Piedi pesanti come montagne e fluidi come fiumi.

LINEA DIRETTA CON GLI DEI DEL CALCIO – Il professore di Mistica e filosofo Luigi Lombardi Vallauri immagina la condizione di Verticalità come un raggio laser che attraversa il corpo verticalmente collegando idealmente il centro della terra e, fin su, il divino. Anche Erri de Luca, poeta partenopeo, può venirci in soccorso: “Esiste in natura, oltre all’attrazione terrestre, un’attrazione opposta, da chiamare celeste”.

Tornando al terreno mondo del calcio, chi abbia avuto la fortuna di godersi qualche partita disputata dall’argentino ha sempre avuto sotto gli occhi l’unicità del ragazzo. Basta uno sguardo, anche attraverso il teleschermo. Lui lo sa già. E sempre di più, dopo ogni partita. Qualunque giocata effettui, comprese quelle sbagliate, Dybala “sa” che andrà a buon fine. C’è una linea diretta tra lui e gli dei del calcio.

In quanti, in tutta coscienza, è così lampante individuare la Verticalità? Soltanto altri tre calciatori l’hanno manifestata altrettanto sfacciatamente. In ordine rigorosamente cronologico: Johan Cruijff, Diego Armando Maradona e Zinedine Zidane.

L’impatto dell’olandese sul calcio è stato tranciante. Giocava davanti come nessuno: non cadeva mai a terra e non stava mai fermo. Cose fuori dal tempo per il gioco dell’epoca. Il “calcio totale” è stato inventato da Johan e compagni. Ha continuato a dare il suo apporto da allenatore, mettendo le basi per ulteriori evoluzioni del gioco. In Olanda la sua popolarità e l’affetto che riscontrava e riscontra sono pari a quelli per la famiglia reale. Talvolta maggiori.

La mano de DiosDiego Maradona è l’esempio perfetto di Verticalità sportiva. Già da ragazzino in un’intervista rispondeva: “I miei sogni sono due. Il primo è giocare in un mondiale. Il secondo è uscirne campione”. In quegli occhi lo si capisce subito: lo sapeva già. Diego in campo era un riferimento per tutti: compagni, tifosi, appassionati, ma non solo. Per i soldati argentini che combattevano per le Malvinas/Falkland, per il popolo argentino che ha subito numerosi torti, per Napoli, città cucita addosso al Barrilete Cosmico, probabilmente, già da qualche vita precedente.

Zidane ha regalato una Coppa del Mondo alla sua Francia, nel mondiale casalingo. Sia alla Juventus che al Real Madrid, non importa al fianco di chi giocasse, tutti passavano la palla a lui. Ad ogni azione. E la cosa si vede ancora oggi, in partite tra vecchie glorie: in campo ci sono 21 ex calciatori, spesso imbolsiti, ed un alieno, Zizou, che forse potrebbe ancora giocare a calcio. La undecima Champions vinta da allenatore, seppure con un po’ di fortuna, lo rende un predestinato anche nel nuovo ruolo. E chissà che quel nervosismo esibito durante la finale di Berlino, culminato nella colluttazione con Materazzi e successiva espulsione, non fosse in parte dovuto, dato il rapporto privilegiato con gli dei del calcio, ad una premonizione del trionfo italiano.

IDEE, GEOMETRIE, SOLUZIONI – Quando el Pibe de la Pension (soprannome dovuto alla prematura perdita del padre, con Paulo appena quindicenne, ed al conseguente trasferimento nel residence del club d’appartenenza) accarezza la palla col mancino, tenendola sempre incollata al piede, un tourbillon calcistico sembra impossessarsi della sua mente. In una frazione di secondo paiono avvicendarsi innumerevoli idee, geometrie, soluzioni. Per i difensori contenerlo, e ancor più prevederne le giocate, risulta di una difficoltà epica. Dopo i 17 gol segnati in 40 match con la maglia dell’Instituto Atlético Central Cordoba, la sua vena realizzativa è aumentata esponenzialmente, anno dopo anno. Nessuna marcatura nelle 25 partite disputate alla prima stagione a Palermo. L’anno successivo in B, 5 gol in 24 presenze. Poi 13 in A in 34 incontri, sempre in rosanero. Fino all’apogeo bianconero: 19 reti e 9 assist in campionato in 34 match. Non è un caso se l’ingresso della Joya in pianta stabile tra i titolari di Massimiliano Allegri e la entusiasmante ed inarrestabile svolta juventina abbiano coinciso.

dybala-pauloRicorderete (quantomeno i più adulti) un brillante spot Nike, ormai risalente ad un paio di decadi fa, in cui i migliori giocatori del momento, tra cui Paolo Maldini, Eric Cantona, Luis Figo ed un giovanissimo Ronaldo, dovevano difendere il destino della terra in un match contro undici demoni. Ecco, con Dybala il pianeta è al sicuro! Di certo non ci si aspetta che Paulo giochi mai come El Diego. Non sarebbe più probabile di un uomo capace di respirare sott’acqua. Ma solleverà parecchi trofei, di quelli pesanti, e spronerà con uno sguardo i compagni ad andare oltre i propri limiti. Nel calcio si gioca con il corpo, ma si vince con testa e cuore. I giocatori sono diventati macchine perfette, oliate fino al minimo dettaglio, tagliandate, rodate, gommate. Ma calciatori come la Joya saranno fondamentali nel consentire al movimento calcistico di mantenersi Faro per gli appassionati, come è stato negli ultimi cento anni.

Daniele Tartarone

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