Saùl d’oro: Italia, ko tecnico. In finale ci va la Spagna


di Matteo Occhiuto – Sono passati circa quattro anni dalla notte di Gerusalemme, dalla finale di Euro2012, dalla gara che diede alla Spagna il suo quarto titolo di campione d’Europa U21, dopo aver sconfitto l’Italia di Immobile e Borini. Tutto, rispetto a quattro anni fa, è cambiato, o quasi: i protagonisti in campo, la cornice e anche la posta in palio. Non più il trofeo ma l’accesso all’atto conclusivo del torneo, quello -in pratica- che tutti vorrebbero giocare. L’unica cosa, tuttavia, che è rimasta immutata è paradossalmente la continuità del confronto fra i due movimenti calcistici: da un lato l’estro ed il talento spagnolo, dall’altro la solidità e l’orgoglio italiano, arma storicamente vincente.

Le scelte

Di Biagio torna, complice le squalifiche di Berardi e Andrea Conti, ad affidarsi ad Andrea Petagna come punta centrale del suo 433, con il milanista Calabria a rilevare il terzino atalantino. Stringe i denti, a proposito degli orobici, Mattia Caldara, titolarissimo nonostante i problemi fisici della vigilia. Organico al completo per il ct Celades: modulo speculare per le giovani furie rosse, con capitan Deulofeu ed il campione d’Europa Asensio ai lati di Sàndro Ramirez nel reparto offensivo.

Via col botto

Partenza veemente per Benassi e compagni: gli azzurri -stasera nessun diminuitivo- mettono alle corde gli avversari nelle battute iniziali. Nessuna vera occasionissima ma una supremazia territoriale oggettivamente indiscutibile. Bernardeschi  Chiesa sono due spine nel fianco sugli esterni, supportati dai polmoni e dal cuore di Barreca e Calabria. Unica opzione, almeno in avvio, per gli spagnoli, di impensierire Donnarumma, diviene ben presto il tiro da fuori, provato da Ceballos al decimo: palla deviata in calcio d’angolo; dalla bandierina, brividi per il portiere rossonero, quasi beffato dalla maligna parabola dell’ormai ex compagno Deulofeu.

Urlo in gola

Intensità che, nonostante il valore tecnico di entrambe le formazioni, é però destinata ad affievolirsi. I ritmi si abbassano e l’Italia, pur continuando ad interpretare bene la gara, cede progressivamente il pallino del gioco ai dirimpettai, affacciandosi improvvisamente dalle parti di Arrizabalaga. È proprio il portierino del Bilbao a ricacciare in bocca a Pellegrini l’urlo di gioia:  Bernardeschi serve il neo romanista in piena area, ma sulla conclusione ad incrociare è la gamba dell’estremo difensore spagnolo a frenare la corsa della sfera verso la porta. Dall’altra parte è ancora Deulofeu l’uomo più pericoloso: soltanto la mancanza di precisione da parte del canterano blaugrana salva l’Italia dallo svantaggio.

Picchi di talento

L’hanno scritto in tanti: ci troviamo di fronte alla nazionale U21 italiana più forte di sempre. Confronti e raffronti, un habitué del mondo pallonaro, sono sempre all’ordine del giorno ma, almeno stavolta, non ci accodiamo. Risulta tuttavia certo che gli azzurri appaiano come un gruppo rodato e compatto, ma non paragonabile, a livello di cifra tecnica, con quello spagnolo. Sàndro, Asensio, Deulofeu e Saùl mettono in mostra giocate dall‘altissimo coefficente di difficoltà, scontrandosi però con la sagacia e l’intraprendenza italiana: un primo tempo gradevole e carico di spunti termina a reti bianche.

Frattura

Un equilibrio, comunque, destinato a non durare troppo nel secondo tempo. E, infatti, dopo appena sette minuti dalla ripresa delle ostilità, la Spagna passa: Ceballos si accentra e serve Saùl che lascia partire uno splendido sinistro ad incrociare dal limite dell’area, punendo Donnarumma. Furie rosse in vantaggio, anche abbastanza meritatamente, ed Italia che si trova a dover rincorrere. Un’impresa che si complica maledettamente pochi secondi dopo il vantaggio iberico: Gagliardini rifila un calcione proprio a Ceballos, prendendosi il rosso e concludendo anticipatamente la sua gara.

Gioia breve

Gara che dunque sembra finita. Ma, come ampiamente detto in precedenza, cuore e orgoglio di questa Nazionale sono infiniti. A questo si appellano tifosi e commissario tecnico ed, inaspettatamente, i ragazzi per l’occasione di bianco vestiti riescono a trovare il pari: azione in solitaria di un grandissimo Bernardeschi che fulmina con un velenosissimo – e deviato- sinistro Arrizabalaga. Esplodono i numerosi italiani in Polonia che, nonostante tutte le difficoltà, cominciano a credere nell’impresa. Speranza vana: dopo appena 120 secondi, gli spagnoli sono di nuovo avanti. Saùl dai trentacinque metri lascia partire un bolide sul quale Donnarumma –non irreprensibile nella circostanza– non arriva: doppietta per il centrocampista dell’Atletico Madrid, per gli azzurri si fa di nuovo durissima.

Sipario

La reazione, stavolta, non c’è: l’inferiorità numerica, la stanchezza e lo strapotere tecnico della Spagna frenano qualsiasi tentativo azzurro. La Rojita avverte l’odore del sangue nemico e, ancora una volta con Saùl, uccide l’incontro: azione corale degli iberici che libera il solito inserimento del numero 8, capace di timbrare il cartellino per la terza volta in diciannove minuti. Cala, dunque, il sipario su una partita che, oggettivamente, non ha più valide argomentazioni: in finale ci va la Spagna, con l’Italia a recriminare per il crollo psico-fisico subito dopo lo svantaggio e l’inferiorità numerica.

 

La favola azzurra, dunque, si interrompe sul più bello, ponendo probabilmente fine ad un ciclo ricco di speranze, ma avaro di successi. Amarezza e rimpianti, sentimenti tutt’altro che deprecabili, adesso devono costituire le basi da cui ripartire. Il talento, pur non pari a quello spagnolo, non manca, cuore ed orgoglio erano, sono e resteranno le migliori armi di questa squadra; di questo movimento calcistico; di questa Nazione.

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