Il Bari evita la liquidazione giudiziale: cosa è successo
Fino a poche ore fa la SSC Bari rischiava concretamente di finire in liquidazione giudiziale, il termine tecnico che ha sostituito la parola “fallimento”. Martedì 29 settembre la Procura della Repubblica di Bari ha invece rinunciato alla richiesta presentata il 7 luglio scorso, dopo le perquisizioni nelle sedi di Napoli, Bari e Filmauro — la holding della famiglia De Laurentiis che controlla entrambi i club.
Il nodo era economico: secondo la Procura, il Bari aveva debiti per circa 30 milioni di euro. A cambiare le carte in tavola è stato un impegno assunto da Filmauro il 24 settembre: un sostegno finanziario irrevocabile fino a 11,1 milioni di euro per la stagione 2026/27, con versamenti programmati — 2 milioni entro il 31 ottobre, poi un milione al mese fino a giugno 2027 — sotto forma di capitale non rimborsabile. La Procura ha giudicato l’impegno sufficiente a garantire i creditori e ha ritirato la richiesta, notando che il patrimonio netto di Filmauro (oltre 74 milioni di euro) è circa sette volte superiore alla cifra promessa.
L’udienza davanti al Tribunale civile di Bari era fissata per il 1° ottobre: ora si attende solo la dichiarazione formale di estinzione del procedimento. Con la caduta della richiesta di liquidazione giudiziale, secondo diverse fonti, cadrebbe anche l’accusa di bancarotta fraudolenta a carico di Aurelio e Luigi De Laurentiis — rispettivamente presidente del CdA del Napoli e amministratore unico del Bari — entrambi indagati nello stesso filone.
Un problema strutturale che riguarda tutta la Serie C
Il caso Bari, però, non è un episodio isolato: è la fotografia di un problema strutturale. Negli ultimi anni la Serie C ha visto Taranto e Turris escluse per default finanziario, e club come Spal, Lucchese, Rimini, Ternana, Messina, Novara, Catania, Triestina, Trapani, Crotone e Siracusa colpiti da penalizzazioni in classifica per irregolarità amministrative o economiche.
È proprio per arginare questo fenomeno che la Lega Pro, guidata da Matteo Marani, ha introdotto per la stagione in corso il primo salary cap della storia del calcio italiano: un tetto agli stipendi pari al 50% del Valore della Produzione di ogni club, destinato a scendere al 45% dal 2027/28. Il limite individuale è fissato a 9.500 euro mensili di parte fissa e 13.500 euro complessivi, con controlli mensili e tre momenti chiave a novembre, marzo e maggio.
La domanda che resta aperta
Che un club controllato da una delle famiglie più solide del calcio italiano sia arrivato a un passo da un’udienza fallimentare dice qualcosa su quanto sia fragile l’equilibrio economico dell’intera categoria. E lascia una domanda aperta: se il salary cap avesse già retto per l’intera stagione, situazioni come questa sarebbero comunque potute accadere?