Facciamolo bene questo esercizio di onestà, perché ce lo dobbiamo tutti.
Per mesi abbiamo urlato che serve coraggio. Che bisogna smetterla con i soliti nomi, con la Nazionale-fotocopia che non cambia mai, che ha bisogno di sangue nuovo, di gente che non abbia paura di prendersi il centrocampo dell’Italia a vent’anni.
Poi Mancini lo fa davvero. Prende un ragazzo del 2006, cinque partite col Cagliari, gli consegna le chiavi del centrocampo dell’Italia contro un Belgio con De Bruyne che palleggia come se stesse giocando al parco, alter ego di quello visto col Napoli sin qui.
E Alessandro Romano, che fino a un mese fa doveva ancora scegliere se essere svizzero o italiano, si ritrova da solocoi riflettori puntati, pronti a fare più ombra che luce.
Sbaglia un pallone. Uno. Il Belgio lo punisce, è 2-0, la squadra sparisce dal campo nel primo tempo.
E cosa succede il giorno dopo? Non "poverino, è il primo esordio, ha vent’anni". No. "Non è il nuovo Rodri." "Toglietevelo dalla testa." "Se Gasperini l’ha ceduto un motivo ci sarà."
Quattro e mezzo in pagella a un ragazzo che aveva scelto l’Italia con il cuore, mollando la Svizzera, un mese fa.
Ecco il controsenso che ci portiamo dietro da sempre: pretendiamo il coraggio della scelta ma non sappiamo tollerare il prezzo della scelta, che è l’errore. Vogliamo il futuro ma lo vogliamo già finito, già pronto, già senza sbavature. Diamo la fiducia con la bocca e la ritiriamo con la tastiera nel giro di novanta minuti.
Romano ha vent’anni. Deve sbagliare, deve crescere, deve prendersi le sue partite storte prima di quelle belle. È così che funziona per chiunque, sempre stato così. Ma qui no: qui un ragazzo debutta, sbaglia un pallone, e diventa il capro espiatorio di un sistema intero che aveva deciso di lanciarlo.
Il problema non è Romano. Il problema siamo noi, che dopo aver chiesto rinnovamento per anni, appena arriva, lo massacriamo alla prima curva sbagliata.
Fategli fare il suo percorso. O smettiamola di lamentarci che in Italia i giovani non li facciamo mai giocare: forse è anche colpa di quello che gli facciamo dopo che li facciamo giocare.
di Antonio Manzo