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Dammi Un Altro Calcio

Un viaggio in motocicletta con Marcelo Bielsa

Rosario, Argentina, 1951. Due amici decidono di compiere un viaggio per l’America Latina, girando per ogni latitudine, vivendo a tu per tu con qualsiasi popolo dell’America del Sud. Partono con una Norton, per tutti è”La Poderosa”. Vivono la povertà, i dolori della gente, le contraddizioni di quelle terre e in uno di loro prende forma un sogno che, in forme e modi diversi, si realizzerà, in parte, qualche anno dopo. Uno si chiama Alberto Granado, l’altro Ernesto Guevara ed ha ventitré anni: lo chiamano “Fuser”, passerà alla storia come “Che”. 

Rosario, Argentina, 1955. Il calcio mondiale non sarà mai più lo stesso. Nasce un altro rivoluzionario, come il Che, suo concittadino. Nasce quello che, dai più, è considerato il terzo, grande rappresentante del calcio argentino e stiamo parlando di Marcelo Bielsa. 

Rivoluzionario, innovatore, visionario: Bielsa è tutto ciò. E il suo soprannome, “Loco”, non è un appellativo messo così a caso: rispecchia alla perfezione il personaggio, fuori da ogni schema possibile ed immaginabile; sopra le righe, assolutamente singolare, un allenatore di pensiero, di sola mente, uno dei pochi nella scena del futbol mundial. Uno scienziato del pallone ma non è una novità: cosa sono gli schemi, cosa sono i ruoli? Il viaggio del Loco non poteva che cominciare a Rosario: nei café che popolano la città, parte l’avventura del Loco. Studia, in maniera maniacale. Non si risparmia, pretende il meglio e non transige: il calcio per lui è arte, totalità. Scende dalla sua bella casa di Rosario, è benestante e potrebbe vivere di altro ma sceglie il cuore, l’amore, la pbielsa 2assione, il calcio. Prende la sua moto e parte: prima direzione  Newell’s Old Boys. Sì, Carajo! Vince e convince, a modo suo, sorprendendo tutti, annichilendo il calcio argentino, fermando il leggendario River Plate. È  già storia, potrebbe già fermarsi qui ma il destino gli ha riservato altri lidi e gira, per il Sud America, tra Atlas, America e Velez, fino all’approdo sulla panchina della Seleccon: era scontato, fin troppo, era lui il prescelto. Un certo Gabriel Omar Batistuta, il più rappresentativo calciatore albiceleste di quella generazione, parlerà sempre di lui come di un padre e basterebbe questo per capire chi è Bielsa per i suoi giocatori. Non fa bene: in Corea e Giappone va fuori al primo turno, qualcosa nella sua testa, lo ricordiamo, lui è idealista, comincia a vacillare. Ma nel 2004, dopo aver perso una Copa America praticamente già vinta contro il Brasile, porta l’Argentina al risultato più grande: l’oro olimpico ad Atene 2004. Poi va via, perché non è tipo da relazioni lunghe. Arriva in Cile, la sua storia, la nostra storia, cambia ancora: scatta una scintilla unica, con squadra e Paese. Per capirci: la stupenda squadra che ha soggiogato l’America Latina negli ultimi anni, con Sampaoli prima e Pizzi poi, è figlia delle sue idee. Medel è il mastino di cui ha bisogno; Sanchez il pizzico di imprevedibilità necessario, Vidal il cuore e lo spirito di una squadra che rispecchia, come nessun’altra, la filosofia del suo allenatore.

E poi Europa, approdo necessario. Bilbao prima, Marsiglia poi. Attenzione, non vince mai di persona, lascia che poi gli altri raccolgano i frutti. Se non succede cambia poco: le vittorie, per lui, sono inutili. Non ti insegnano niente. Gli schiaffi, le sconfitte, le delusioni brucianti ti fanno capire il senso di quel che fai. Poi scompare, di lui si perdono le tracce. Spegne la moto e se ne torna a Rosario, probabilmente. Non parla con la stampa, non concede una intervista da venti anni, però continua a studiare e sperimentare. Per lui si comincia a parlare di Italia e la moto si riaccende. Va a Coverciano, per una vera e propria lectio magistralis: silenzio, parla il guru, il santone, il maestro, l’unico. Per ore ed ore, ininterrottamente. Solo applausi. Il resto è storia recente: la Lazio, la Capitale nel destino, Roma caput mundi per un vero e proprio leader. Nulla di fatto: la moto è ancora accesa, Bielsa continua a girare. Non a Roma, non in Italia. Perché, alla fine, ha deciso di scomparire. Ancora una volta, come nel suo stile. Una sistemazione gli sta stretta, insomma. Come per il “Che”. Non sappiamo quando e dove ma ne siamo sicuri: in un giorno di ottobre, novembre o maggio, in tuta, su una moto, tornerà. E allora sì che sarà un “carajo”. Ancora una volta. Ancora una volta “loco”. 

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