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Edgardo Bauza, Patòn y conductor

Edgardo è un uomo d’altri tempi, come lui sono rimasti in pochi. Tanto lavoro, poche chiacchiere. Grandi risultati eppure nessuno in Europa ha creduto in lui. Difensore centrale con piedi raffinati e il vizio del gol. Sudamericano che adora il gioco e la tattica italiana. Successore del Tata Martino, l’uno bandiera del Newell l’altro del Rosario. La carriera di Bauza sembra il gioco dei contrari giunto all’ultima manche: trasformare l’argento in oro, quei cocenti secondi posti in primi.

PATON Y CONDUCTOR- Se a Rosario, sponda Central s’intende, chiedi di Bauza a qualsiasi tifoso non puoi che evocare ricordi intrinsechi di emozioni. Quando El Paton segnava in un “Clasico Rosarino” le canaglie non perdevano mai e di gol, Edgardo, ne faceva come soli altri pochi difensori hanno saputo fare nella loro carriera. Per l’esattezza sono tre: Daniel Passarella, Fernando Hierro e il Kaiser Beckenbauer. É entrato nella storia per i suoi 108 gol in 499 partite ufficiali, ma come già detto, di lui, si è sempre parlato poco, troppo poco.  Un’autentica bandiera, immaginate un difensore centrale di un metro e novanta che, in media, non scende mai sotto i dieci gol stagionali. Si prendeva la responsabilità dei rigori più pesanti come quello nella finale che sancì campione il Rosario, al settimo minuto del primo tempo quell’omone con la maglia numero 6 prese il pallone, lo sistemò sul dischetto e spiazzò il portiere. Lo stesso numero 6 che vinse il premio di miglior marcatore stagionale della sua squadra con 12 gol e che difendeva con l’anima la sua porta, riuscendoci anche. Il 1980 fu la miglior stagione da giocatore, in totale giocò oltre trecento partite con la maglia delle canaglie. Se a Rosario, sponda Central s’intende, chiedi di Bauza a qualsiasi tifoso…no, non avete più bisogno di chiedere.

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LA LIGA DE QUITO E IL “MIRACOLO” SAN LORENZO- Nel 1992 decide di appendere definitivamente gli scarpini al chiodo, dopo che già lo aveva fatto due anni prima. Bauza faceva parte della nazionale che arrivò seconda nei mondiali del ’90, senza aver occasione di scendere in campo. Proprio quell’argento che al popolo argentino non va più giù e che lui, ventisei anni più tardi, dovrà trasformare in oro. Bauza trova una nuova casa, a Quito, Ecuador. C’è l’ambiente giusto per lavorare, i 55mila del Casa Blanca creano un’atmosfera unica ed i calciatori sono disposti ad adattarsi al credo tattico del tecnico argentino, senza sapere che di lì a poco scriveranno una pagina indelebile del calcio sudamericano ed ecuadoregno. La prima stagione si conclude nel migliore dei modi, la Liga de Quito vince il campionato con il miglior attacco e la seconda miglior difesa, el Paton ha forgiato i suoi a sua immagine e somiglianza: prolifici davanti e compatti dietro. La vera specialità di Edgardo non è il campionato, ma la coppa. Un Rafa Benitez alto e magro dell’altro continente, con un budget mille volte inferiore rispetto allo spagnolo e giocatori, ai più, sconosciuti. Gli ecuadoregni passano agilmente il girone, l’unica squadra a creare problemi è il Fluminense con cui ottengono solamente un punto in due confronti. Un vero e proprio scoglio che non si riesce ad aggirare, ma ormai il più è fatto. Quante possibilità ci sono di incontrare nuovamente i brasiliani? Una, in finale. El Paton, dopo un cammino storico, dopo aver fatto sognare un intero popolo, si trova di fronte nuovamente quella squadra a cui non è riuscito a fare nemmeno un gol in 180 minuti. Per un amante dei libri gialli è un finale da urlo, è una finale da giocare come fosse una partita a scacchi, è una finale dove in campo si deve mettere la “garra”, il cuore e la testa (il dictat numero uno dell’argentino). Si può pensare che prima di entrare in campo abbia detto ai suoi una delle frasi più celebri: “Un giocatore che dentro il campo non pensa non può giocare a calcio. Un giocatore che non pensa e che non si adatta a ogni situazione è un giocatore limitato. Io lavoro con un metodo che permette di giocare con molte varianti. Questo ci deve far pensare”. Potete immaginare com’è andata a finire, La Liga de Quito grazie al suo conductor si prende il titolo in una finale ricca di gol che si andrà a concludere ai calci di rigori, dove la testa è fondamentale. Pensare risulta decisivo. Bauza non si ferma, con gli ecuadoregni vince anche la Recopa Sudamericana. Passa in totale cinque stagioni alla guida della LDU collezionando due campionati e due coppe. Nel 2013 torna in Argentina, pronto ad affermarsi davanti al suo popolo o per meglio dire davanti a tutta l’America latina. El Paton compie il miracolo con il San Lorenzo, squadra di cui Papa Bergoglio è tifoso. Conduce i Ciclon alla prima vittoria in Libertadores e, a risultare decisivo, è ancora un calcio di rigore, ormai una costante nei suoi successi calcistici.

L’ULTIMA SFIDA, L’ALBICELESTE- A 58 anni arriva la grande occasione che attende da una vita, portare il suo popolo sul tetto del mondo. Già ci aveva provato, in altre vesti, quando tentò la carriera politica candidandosi nella lista del partito socialista popolare. Quell’esperienza andò male, ora ha l’occasione di fare qualcosa di buono nella maniera, per lui, più appropriata: tramite el fùtbol. Come? Con la cattiveria agonistica, il pensiero e ispirandosi ad una massima di Mandela: “Gli errori fanno parte del genere umano, ma la lotta per gli ideali è qualcosa che ti rinforza e qualcosa per cui non rassegnarsi. La convinzione che ti porta ad agire è la tua ragione di vita”.

Buena suerte, Paton!

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