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Rolando Maran e la sua macchina perfetta chiamata Chievo

La Serie A è iniziata da sette giornate e lì, a lottare per un posto in Europa, c’è il Chievo. Una frazione di soli 4500 abitanti a giocarsela con le big italiane, grazie ad un grande lavoro societario e soprattutto un grande stratega: Rolando Maran. Avete capito bene, i clivensi hanno totalizzato tredici punti trovandosi a solo una lunghezza dal secondo posto. Sebbene prematuro parlare di obiettivi stagionali o sogni, si dovrebbe dare maggiore attenzione alla squadra che, da qualche anno a questa parte, sta diventando uno dei club più rocciosi della massima serie italiana.

IL LAVORO SOCIETARIO- Il patron Campedelli e il ds Luca Nember sono sicuramente tra gli artefici principali dell’exploit clivense. Il primo ha sempre messo davanti i bisogni della sua azienda, la Paluani, senza mai fare acquisti folli o scellerati per il club, mossa rivelatasi fondamentale per i risultati attuali. Il secondo è l’economista, colui che ogni anno cerca di migliorare la rosa con un budget davvero limitato e con un dictat: si compra solo se si ha veramente bisogno di un nuovo innesto e se il giocatore in questione può portare qualcosa in più. Tutto viene calcolato, una squadra progettata per salvarsi grazie ad una difesa di assoluta esperienza arrivando ad un attacco poliedrico, la ciliegina sulla torta della squadra e l’esempio perfetto della ricerca minuziosa che conduce Nember. Maran, infatti, ogni partita può contare su un vasto parco attaccanti: Inglese, Meggiorini, Floro Flores e il capitano Pellissier. Diversi fra di loro, ma uniti per la causa.

LA MENTE- “Ogni maledetta domenica” sulla panchina siede Rolando, la mente, il cervello, colui che muove i fili della squadra. Lo stesso Maran che fu protagonista da giocatore, due promozioni per lui, e che dal 2014 conduce i gialloblù in nuove vesti. Ha ridisegnato il Chievo rispetto alle precedenti gestioni, via il 3-5-2 di Corini e passaggio al 4-3-1-2. Pressing asfissiante a tutto campo, spezzare il gioco avversario, dare poco tempo per ragionare, raddoppiare il portatore e stare sempre stretti è il mantra difensivo. C’è chi banalizza apostrofando il tutto come “mentalità da provinciale”, sbagliato. Maran studia ogni avversario e chiede uno sforzo fisico-psicologico ai suoi stremante, altro che difesa ad oltranza e lanciare lungo il pallone. Costringe gli avversari ad essere prudenti, a non sbilanciarsi, a non giocare come vorrebbero. Perché? Chiedetelo al Pescara, sconfitto per due reti a zero arrivate su ripartenza. Due palloni recuperati a centrocampo e presi i tre punti, ripartenze studiate nei minimi dettagli che si rivelano sempre letali.

LE CREAZIONI DI ROLANDO- Il lavoro sul piano del gioco si vede ed è inequivocabile, ma il suo capolavoro più grande è un altro. Maran è riuscito a plasmare e far diventare grandi due giocatori: Meggiorini e Birsa, le colonne portanti dell’attacco. Senza loro due la macchina perfetta chiamata Chievo non avrebbe raggiunto i risultati dello scorso anno, la “garra” del numero 69 e i piedi fatati dello sloveno rappresentano l’arma in più di Maran. L’ex Novara è il primo difensore e il primo attaccante, Rolando oltre ad aver trovato la collocazione perfetta per lui e per le sue caratteristiche è anche riuscito ad alzare la media realizzativa, 11 gol complessivi in 64 presenze rispetto ai 7 in 85 presenze con il Torino.  Birsa, probabilmente, è la sua vera e propria creazione. Lo Sloveno è approdato dopo tre anni pessimi, con il morale sotto le scarpe e il famigerato sinistro di cui si parlava al suo arrivo in Italia ancora nascosto. Sono bastate poche e semplici parole per far sbocciare il talento di Walter: “Sono il signor Maran, risolvo problemi”, impossibile non citare Pulp Fiction oggi. Maglia da titolare e piena fiducia nei suoi mezzi gli ingredienti per il recupero psicologico, avergli dato il giusto mix di libertà e ordine in campo la mossa perfetta sul piano tecnico.

I RISULTATI- Il Chievo firmato Maran è diventata una certezza, accarezzando l’anno scorso anche il sogno Europa per qualche partita per poi chiudere al nono posto. Una storia stupenda di cui si parla troppo poco, l’unica squadra partita dalla terza categoria, arrivata nell’Olimpo delle grandi e che ora vuole spingersi oltre. Senza bruciarsi.

 

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