Scamacca al vetriolo contro le società italiane!

Gianluca Scamacca, come ogni estate, è uomo mercato del Sassuolo. Dopo essere stato accostato a diverse società italiane, su tutte l’Inter, l’attaccante dell’under 21 ha rilasciato oggi un’intervista alla gazzetta dello sport. Tanti i temi toccati e tante dichiarazioni forti per un ragazzo che sembra avere le idee chiarissime.

Spesse volte data la sua imponente stazza fisica e il suo essere arrivato presto in serie A gli è valso l’appellativo di predestinato. Allo stesso modo è sempre stato descritto nell’immaginario collettivo come bad boy per via dei suoi svariati tatuaggi. questo il suo pensiero sul tema:

Predestinato? A me questa definizione non è mai piaciuta. Dà l’idea di chi le cose le ha ottenute per grazia ricevuta e io invece me le sono sudate tutte, con il lavoro, la costanza, il sacrificio, le scelte anche difficili. Sono nato in un quartiere popolare, Fidene. Per me non è mai stato semplice, glielo assicuro”. e continua: “Per un periodo mi hanno appicciato addosso questa etichetta e non so perché. Ma a me sinceramente non è mai fregato molto di certi giudizi di chi neanche ti conosce. So chi sono e soprattutto lo sanno le persone con cui mi sono rapportato ogni giorno in questi anni. Mi piacciono i tatuaggi è vero, che problema c’è? Non penso sia giusto giudicare un libro dalla copertina… La gente punta il dito in modo superficiale, io ho le spalle larghe e me ne frego, ma c’è chi invece ci soffre e non è giusto. Non sono un bad boy, mai stato, ma in campo mi piace farmi rispettare, quello sì. 

L’attaccante ha poi parlato delle pressioni che un giovane calciatore deve affrontare per imporsi in Serie A.

Non mi pesano. Anzi, mi stimolano. La scorsa stagione mi è servire per conoscere il campionato di A e capire cosa significa giocatore contro calciatori importanti. Le pressioni non mi spaventano. Voglio crescere e mostrare le mie qualità”. 

Il giocatore sollecitato sulla situazione attuale del calcio italiano non si è risparmiato e ha usato parole forti per esprimere il proprio parere. Le dichiarazioni:

I club dovrebbero dare più spazio ai giovani italiani? Sì, l’ho sempre detto. Spesso le società investono sui giovani stranieri, ma l’erba del vicino non è sempre più verde. Ho sempre pensato che in Italia ci fosse un limite di mentalità nel lanciare e valorizzare un giovane. Ero convinto che andando all’estero sarei cresciuto come ragazzo e come atleta. Tutti giudicano sempre i calciatori, ma le società non sono più quelle di un tempo: non esistono più i presidenti innamorati come Sensi, Moratti o Berlusconi. Oggi i club sono aziende, spesso di proprietà straniere o di fondi, per i quali il giocatore è un asset. Se non servi più, hai una difficoltà, ti lasciano per strada, arrivederci e grazie, senza farsi scrupoli. E il giocatore agisce anche di conseguenza e guarda i suoi interessi. 

Più brevi invece i passaggi sul padre, sul mondiale che si giocherà nel 2024 e sul proprio modo di esultare.

Sul Padre:

Vorrei essere giudicato per quello che faccio in campo. Non c’entravo nulla con quella storia. I rapporti familiari possono essere molto difficili a volte, ma non voglio parlarne. Fa parte della sfera privata, chiedo solo che venga rispettata”. 

Sul Mondiale:

“Calma… Se dicessi che non ci penso sarei bugiardo, ma io sono nell’Under 21. Un passo alla volta. Però se disputerò la stagione che ho in mente, l’occasione arriverà. Lavorerò e mi impegnerò più che posso e vedremo cosa accadrà”. 

Sull’esultanza:

“Non ne ho una fissa, non mi piace programmare le emozioni. Amo viverle, spontaneamente. Mi piacciono le cose vere. C’è chi piange, chi si butta a terra, chi urla. Ma è bello vedere cose naturali. Poi se uno preferisce fare il teatrino è libero di farlo. Io so solo che quando segno mi sento in cima al mondo”.

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