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“Scatta Pantani”, finalmente hai vinto l’ultima tappa

“Scatta Pantani”. E sembra che il tempo si sia fermato, aprire gli occhi e ammirarne le gesta che sfidavano l’ordinario per regalare quel fuoriclasse, nella gioia come nelle sfortune, alla leggenda. Unico nel suo genere, perché in grado di riportare il ciclismo all’epoca aurea, quella delle imprese umane ma maestose, all’attacco, per predisposizione, stile, indole. Romantico, ecco, nulla potrebbe dipingere al meglio quell’immenso talento in grado di tenere incollati al teleschermo milioni di italiani. Attraversando le generazioni, unendole in una passione unica nel suo genere per quel romagnolo capace di rendere possibile l’immaginifico, portatore sano di una classe cristallina che in un attimo poteva, con uno schiocco di dita, ammaliare anche i meno appassionati. Immenso, indimenticabile, doti troppo grandi anche da poter essere semplicemente raccontate, pari soltanto – e purtroppo – alla sua fragilità.

Sembra ieri, appunto, in piedi sui pedali. Il vuoto alle spalle ed una folla in totale adorazione e visibilio ad accoglierlo all’arrivo. Come nel ’98, quello della storica accoppiata Giro-Tour, l’attacco da fantascienza sotto la pioggia torrenziale del Galibier, regalando la tappa Grenoble-Le Duex Alpes alla storia. Un attacco lungo 45 km, non una semplice vittoria di tappa, il passpartout per l’indimenticabile, ipotecando il Tour de France con un’impronta inscindibile, quella del Pirata. Mai lo dimenticherà Jan Ullrich, rivale in innumerevoli contese, che in quel 27 luglio del 1998 imparò che passare dalla vetta del Tour, con la maglia gialla ben stretta, al ruolo di comprimario staccato da un solco lungo 9 minuti è possibile, persino ordinario se c’era il Pirata chiamato ad arrembare qualsiasi vetta con una disinvoltura disarmante.

Momenti di sport che vanno oltre, imprese che mutano in romanzo. Come a Morgine, come sull’Alpe d’Huez, due volte. La prima però, nel 1995, ambrosia degli Dei, dolcissima, scacciando i fantasmi del gravissimo incidente patito nella fase di preparazione del Giro. Ecco, non è possibile raccontare la gloria del fuoriclasse di Cesenatico senza capirne la caduta la salita, le scalate inforcando la bandana, tra la polvere o le intemperie, nello sport come nella vita. La voglia di ritrovare i pedali ed incantare, sempre, vivendo al massimo la sua passione. Fino a quel maledetto 5 giugno del 1999 a Madonna di Campiglio. Un Giro, il secondo consecutivo, ipotecato con forza e dispotismo in un unico connubio, strappato dalle sue mani con violenza invereconda. Ematocrito nel sangue oltre limite del consentito, 52%. Danno, beffa, inimmaginabile scoramento. Tra lo stupore dello stesso Pantani, passato indenne ai precedenti controlli. Le critiche, i dubbi, le accuse di doping per nulla velate. Un colpo in pieno viso, più duro di qualsiasi infortunio. Un lungo calvario attraversando la depressione, provando il ritorno ma con quell’ombra sempre più cupa ad avvinghiarne le gambe non più in grado di stupire. L’inizio della fine, la droga e un buco nero troppo grande da colmare, culminato nella notte della tragedia al residence Le Rose di Rimini nel 2004.

Tanti, troppi dubbi, il corredo a quella notte fatale, su quel mix di cocaina e psicofarmaci che strappò via il campione al suo popolo. L’incrollabile volontà di mamma Tonina, dei familiari, “Voglio giustizia per Marco. Non mi arrenderò mai sino a quando non l’avrò ottenuta”. Un mantra da ripetere in eterno, fino alla fine, oltre le archiviazioni spesso fin troppo superficiali. La riapertura dell’inchiesta da parte della Procura di Forlì, corroborata da importanti inchieste giornalistiche. Lo spettro, vivissimo, della camorra e delle scommesse dietro la sua caduta nelle parole di Vallanzasca nel 2014: “Mi dissero di scommettere contro il Pirata perché non avrebbe finito il Giro”. Un terremoto nel vero senso del termine, aprendo faglie solo accennate. La conferma, nell’intercettazione ambientale a margine della riapertura dell’inchiesta. Oltre un minuto di conversazione, dal finale che gela il sangue: “ E quindi la camorra ha fatto perdere il giro a Pantani”. “Ma è vera questa cosa?”. “Sì, sì, sì, sì… Si”. Cinque sì, cinque conferme che addensano la rabbia. La giustizia, quella più pura, nel vero senso del termine, per Marco è ancora lontana. In un nugolo di nuove archiviazioni e beghe giudiziarie. Una cosa è certa, i fatti attestano che il vincitore del Giro del ’99 resta lui, il Pirata. E Madonna di Campiglio è e resterà uno degli scandali più grandi della storia dello sport. Una sua vittoria, anche se postuma, oltre il trionfo morale. Chissà se lassù, almeno adesso, non stia alzandosi, nuovamente, sui pedali per festeggiare, come solo lui poteva e doveva fare, era fatto così.

Edoardo Brancaccio

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